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Io, proprio io (biografia)
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Sono nato a Chiaravalle (Ancona) il 3 agosto 1965 ma ho quasi sempre vissuto in Romagna, fra Forlì e Forlimpopoli. Nella mia vita, a parte un'estate passata a raccogliere in campagna le pere (avevo 16 anni) sono stato capace di svolgere un solo un lavoro: il giornalista. Dimenticavo: ho guadagnato quattrini anche giocando a pallone, in seconda categoria, una vita fa... Se non ricordo male, intascavamo 10mila lire a punto (e, ahimè, non esistevano ancora le vittorie da tre punti).

I sogni da ragazzo

Ognuno di noi, quando è ragazzino, si costruisce dei sogni per il futuro. Io avevo quattro ambizioni: volevo diventare calciatore, cantante, cameriere o giornalista (in ordine sparso e non di preferenza). A calcio ci ho provato: me la cavavo con tanta buona volontà, ma i piedi... lasciamo perdere. Diciamo che ero un medianaccio che con la grinta e la tenacia provava a sopperire a mostruose lacune tecniche. Ho giocato per una decina d'anni, fino alla seconda categoria; mi sono fermato quando al pallone ho scelto la penna e il microfono di giornalista, ma di questo scriverò fra poche righe.
Passiamo al mio secondo sogno: volevo fare il cantante e qui mi tocca stendere un velo pietoso. Una volta che nella mia parrocchia erano assenti i ragazzi del coro, il sacerdote mi chiese di lanciare qualche canto, forse perché del gruppo dei fedelissimi c'ero solo io in chiesa. Stavano per venire giù anche le campane... Diciamo che con la musica non vado molto d'accordo: posso al massimo cantare in auto (se sono da solo), sotto la doccia, o magari a un concerto, quando la mia voce viene travolta dal baccano generale.
Terzo sogno: il cameriere. Strana aspirazione, vero? Beh, per me questa professione è un'arte: un bravo cameriere deve essere sempre a totale disposizione del cliente, anche quando gli gira male. Deve coccolarselo, gli deve prestare mille attenzioni, ricordarsi delle sue abitudini e dei suoi gusti. Mica facile! E' un lavoro che mi ha sempre affascinato, ma se volete sapere la verità la prima volta che ho servito veramente a tavola è stata nel settembre del 2009, alla festa della mia parrocchia.
Infine il giornalista, cioè: ciò che sono diventato. Cioè: il mio lavoro. A dire il vero quando avevo 10-12-14 anni il mio sogno era diventare telecronista. Anzi: facevo già il telecronista! C'era una partita in tivù? Abbassavo il volume del televisore, mi armavo di microfono e cuffie e sostituivo la voce del Nando Martellini di turno. Mia madre mi guardava un po' stupita, forse preoccupata. A un certo punto cominciai a costruirmi anche dei mini-telegiornali fatti in casa: mi mettevo dietro una scrivania, attrezzavo il finto studio (con microfoni e miniscenografie) e poi registravo il mio personalissimo tg.
In fondo per me era un gioco. All'epoca non pensavo di scrivere, anche perché a scuola l'italiano - almeno alle Elementari e alle Medie - era il mio tallone d'Achille. Ho cambiato registro alle Superiori, quando ho incontrato un'insegnante - si chiamava Carolina Russo - che partendo da "I Promessi Sposi" ha cominciato a farmi innamorare della letteratura e della scrittura. Non che sia diventato un genio, intendiamoci: ma oggi, almeno, la penna mi dà da mangiare. E un grazie affettuoso devo rivolgerlo alla professoressa Russo.


 
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